L’intenzione che ha sostenuto questo ciclo di proiezioni era utilizzare quattro film d’autore, come dispositivi ausiliari per avvicinare storiograficamente alcune emozioni e sentimenti, caratteristici del mondo attuale, che vengono abitualmente filtrati attraverso la fruizione della musica rock.
Proviamo a riflettere sul film più vecchio tra i quattro proposti.
In Zabriskie Point di Antonioni (1969) sembra che si faccia un uso molto tradizionale della colonna sonora e la “musica californiana” pare un semplice tappeto sonoro per un’esile storia d’amore tra due giovani mentre intorno, come accade spesso nei lavori di Antonioni, prevale il silenzio e anche i dialoghi tra i protagonisti sono piuttosto scarni.
Le due sequenze principali del film propongono però un’integrazione forte tra le immagini e lunghi brani rock appositamente composti, che a mala pena è stata raggiunta, nei decenni successivi, dai migliori prodotti della video-music – una modalità espressiva che in quel momento nemmeno si profilava all’orizzonte. Rispetto alle sequenze in questione, lo sguardo di Antonioni sorprende per la capacità di rappresentare, nella profonda tensione che unisce e divide i due protagonisti, la psicodinamica latente nei movimenti giovanili del tempo e meraviglia, inoltre, la previsione, del tutto poetica, ma anche la ripulsa di uno spettacolo apocalittico che qualche decennio dopo tutti avremmo visto in mondovisione.
Per capire lo sguardo profondo del regista, è utile riferirci all’interpretazione del film data da Alberto Moravia che, a sua volta, non poteva immaginare il crollo delle torri gemelle, la doppia esplosione, la successione di globi di fuoco sullo sfondo dello stesso cielo terso della “penultima” scena di Zabriskie Point.
Quanto al rapporto tra Daria e Mark e alla tragica fine del ragazzo,
le parole di Moravia sono illuminanti
Forse Antonioni non ne è stato del tutto consapevole.
Forse, come avviene in generale agli artisti, egli è arrivato per conto suo, coi mezzi “inconsci” dell’intuizione artistica, alle stesse conclusioni a cui altri erano già pervenuti col pensiero critico. Ma è fuori dubbio, ad ogni modo, che il film adombra il conflitto ben noto tra i freudiani istinto di vita e istinto di morte. Eros e Thanatos e (forse più esattamente) tra concezione ludica e concezione utilitaria della vita. Guardata in questa prospettiva, la vicenda di Zabriskie Point si organizza e si articola in maniera coerente, senza più alcuna sproporzione ed esilità.
La vita, il gioco, il piacere sono attività fine a se stesse, non hanno altro scopo all’infuori, appunto, della vita, del gioco, del piacere. Così si spiega perché Mark, il ragazzo contestatore, contesti anche la contestazione, la quale ha pur sempre uno scopo; e poi rubi l’aeroplano per il solo gusto di fare delle capriole in cielo; e quindi faccia la corte a Daria soltanto perché è divertente fare la corte con l’aeroplano ad una donna che corre in automobile; e infine faccia l’amore con la ragazza perché è bello giocare con il proprio corpo e con il corpo altrui. La ragazza, dal canto suo, agisce nello stessissimo modo: per gioco, per piacere, senza, è proprio il caso di dirlo, secondi fini.
Questo incontro dei due giochi, dei due Eros, culmina nel love-in immaginario, tra le sabbie della Valle della morte. Che vuol dire quella scena? Vuol dire che si dovrebbe sempre fare così; che gioco e Eros fanno comunicare ed amare; che insomma la vita non dovrebbe avere altro scopo che la vita.
Ma il vallone in cui avviene il love-in è un luogo di assetata aridità, di completa mancanza di vita. Non per nulla si chiama Valle della morte.
E qui appare l’istinto di morte al quale si contrappone l’istinto di vita, Eros, il gioco fine a se stesso.
Quest’istinto è esemplificato in diversi modi, per tutto il film.
E’ la polizia che dà l’assalto all’università; è l’aeroporto in cui sono custoditi gli aeroplani, strumenti di libertà e di gioco; è il boss di Daria coi suoi affari di speculazione edilizia; è il villaggio in cui non vivono che vecchi decrepiti e ragazzi minorati; è la grottesca famiglia borghese che, fermandosi in margine alla Valle della morte, si augura che vi sorga al più presto un drive-in; sono gli affaristi che nella villa del boss di Daria discutono sul modo migliore di sfruttare in senso turistico le bellezze del deserto; sono infine, i poliziotti, in tutto simili a robot o a marziani, che, come Mark atterra, lo ammazzano senza motivo.
Così il conflitto si chiuderebbe, come tanti film americani antichi e recenti, come Easy Rider, come Bonnie e Clyde, con la vittoria di Thanatos su Eros, dell’utilità sul gioco, della morte sulla vita.
A questo punto però scatta, fuori d’ogni logica narrativa tradizionale (però già anticipato e preparato dal visionario love-in collettivo della Valle della morte) il furore profetico di Antonioni. Daria immagina che un’esplosione termonucleare distrugga la villa. La ripetizione dell’esplosione, così compiaciuta e così spietata, fa intendere che per Daria la villa è il simbolo dell’intera civiltà consumistica e conferma, se ce n’era bisogno, che il film non è soltanto una storia d’amore ma anche e soprattutto, l’espressione di un sentimento di aspro e polemico rifiuto, secondo la tradizione europea del rispetto della persona umana, il quale, però, sembra portare alle stesse conclusioni delle diagnosi freudiane – marxiste formulate dalla contestazione.
Così la concezione dialettica e psicanalitica del male come repressione si ricongiunge curiosamente alla concezione moralistica del male come empietà. [....]
Certo, l’apocalisse è una punizione antica e inverosimile. Ma la catastrofe termonucleare, resa forse fatale dalla stessa logica interna della civiltà, le ha restituito da ultimo un’attualità e una verosimiglianza minacciose. Tutta l’originalità di Zabriskie Point sta in questo finale, in questa profezia del disastro atomico che “punirà” la civiltà consumistica per aver permesso che Thanatos prevalesse su Eros. [.... ]
Insomma, consapevolmente o no, Zabriskie Point è una profezia di tipo biblico in forma del film. Nei tempi in cui la religione contava ancora, questo genere di profezie erano la normalità. Quattro secoli orsono, un quadro come quello in cui Durer ha rappresentato Lot, sua moglie e le figlie che camminano tranquillamente per un sentiero rupestre mentre, all’orizzonte, torrenti di fumo e di fiamme salgono al cielo dall’incendio di Sodoma e Gomorra, descriveva qualche cosa che per lungo tempo si era ritenuto che potesse avvenire realmente. [...]
“Quattro secoli orsono …”.
Ma trent’anno dopo il film di Antonioni, in preda a un delirio sacro (solo la storia ci dirà quanto effimero), la realtà si è dimostrata gelosa della finzione, il mondo reale invidioso delle immagini e, seppure generato sotto una costellazione imprevista, «l’Evento assoluto che l’Occidente [una sua parte, almeno] sognava senza ammetterlo, si è compiuto »[1].
Lo ha sognato un Occidente nihilista per necessità, ha sostenuto, giustificandosi Baudrillard, «perché il sistema è nihilista, ha annientato tutto. Ma è una situazione originale: solo, bisogna affrettarsi in modo da avere il tempo di vedere la conclusione.
Personalmente mi sento già un po’ al di là della fine». Torniamo alla lettura di Alberto Moravia.
Antonioni ha voluto rappresentare con le immagini del cinema la disintegrazione già avvenuta da tempo nella nostra cultura: e ci è riuscito con la memorabile sequenza finale della distruzione. Tutti quei prodotti della civiltà del consumi, dai libri alle macchine, dallo scatolame all’abbigliamento, dagli elettrodomestici ai mass media, che se ne vanno in briciole tra il fumo e le fiamme, dopo che la villa è esplosa, e, proiettati nel cielo, ricadono giù lentamente come le ceneri e i lapilli di un’eruzione; danno molto bene l’idea di un’apocalisse industriale e tecnologica provocata dalla definitiva vittoria della morte sulla vita nella nostra civiltà, appunto, industriale e tecnologica.
Il film non si chiude, però, con la sequenza dell’esplosione, che è invece una allucinazione di Daria: lasciando disgustata la villa del boss, lei la guarda per un lungo attimo con gli occhi di Mark, della cui morte ha saputo dall’auto radio; poi, riprende il viaggio verso la città, non senza un sorriso, dopo tutto, mesto e innocente. Trasformata, forse arricchita, dall’incontro con il giovane ribelle, ma non travolta . Non si può sottovalutare che la ragazza, per gli abiti, la vita, i gusti musicali, è in tutto una normale giovane donna californiana, più disinibita di Mark, però, che è indocile ma ideologicamente disciplinato – sull’uso degli allucinogeni, ad esempio. Lo schema freudiano, la polarità Eros/Thanatos che secondo Moravia innerva la trama del film, si applica anche alle figure dei protagonisti. Se Daria custodisce la speranza di vita, nella vicenda del giovane militante la poesia di Antonioni ha sintetizzato in anticipo il vissuto di una generazione: «L’allegria e la morte, la luminosità e il torbido, la confidenza e la paura, la cordialità e il senso di persecuzione», ha scritto uno dei protagonisti degli avvenimenti di quegli anni in Italia. «La stage di piazza Fontana aveva comunicato ai militanti giovani, fervidi e puri, poche terribili notizie: che si era disposti a distruggere la vita delle persone, anche delle persone inermi e senza bandiera …. Finito il gioco, la gioia, la lealtà: era iniziata l’età adulta, nell’orrore e nella determinazione».[2] Sotto il segno di Thanatos.
Commento a cura del prof. Giuliano Martufi, responsabile del Progetto.
[1] Jean Baudrillard,
Lo spirito del terrorismo, 2002 (inizialmente pubblicato su
Le Monde il 3 novembre 2001)
[2] Adriano Sofri, Memoria, Palermo, Sellerio, 1990, p. 113 e p. 118.